“C” COME CONFLITTI

Con il suono delle dita si combatte una battaglia

Che ci porta sulla strade tra la gente che sta male”

(AREA “gioia e rivoluzione”)

 

DEFINIZIONE

“Il vocabolo conflitto in italiano è una parola colta che riprende il latino conflictus derivato dal verbo confligere, composto di cum con e di un raro fligere, urtare, sbattere contro. Il prefisso cum stava a indicare che l’urto non era unilaterale, ma coinvolgeva almeno due parti: era cioè anche una lotta, un combattimento, o un contrasto, tutti significati che aveva il termine latino e che ancora oggi conserva la nostra parola conflitto.Il valore certamente più generale e onnicomprensivo del termine è oggi quello di scontro, che può essere tra individui, gruppi, popoli e addirittura culture.”

(www.educational.rai.it/lemma/testi/cultura/conflitto.htm)

“In termini generali, il conflitto è un particolare tipo di interazione sociale in cui uno o più attori coinvolti fanno esperienza di un'incompatibilità negli scopi o nei comportamenti. Il conflitto è un'esperienza universale dell'essere umano e della società: a variare nel tempo e nello spazio sono le modalità in cui gli esseri umani e società agiscono e gestiscono questo fenomeno. Le differenti forme di violenza e la guerra sono esempi di modalità distruttive di gestione del conflitto.”

(www.wikipedia.it)

“I conflitti rappresentano, qualora non vengano negati, ignorati o affrontati con violenza, un’opportunità di espressione costruttiva delle proprie emozioni e bisogni e un’occasione di crescita per tutti coloro che vi sono coinvolti. La nonviolenza è un’alternativa sia alla passività che alla distruttività: essa, infatti, è assertività empatica, cioè capacità di affermare se stessi, ma tenendo conto dei bisogni e sentimenti dell'altro. L'assertività empatica consente di trasformare i conflitti da esperienze pericolose e annientatrici, nelle quali spesso si sperimenta un senso di impotenza, in esperienze creativamente vantaggiose. Si tratta di sperimentare un nuovo modo di relazionarsi: più consapevole, attivo, equivalente e cooperativo.”

(www.cenocon.it)

COMMENTO

Ho ritenuto importante inserire il termine “conflitto” all’interno del dizionario della politica, perché se la politica è la relazione (e io credo che sia così) tra gruppi più o meno strutturati e ampi di persone, il conflitto si trova alla base delle relazioni e quindi della politica: è impossibile andare sempre tutti d’accordo o vedere le cose dal medesimo punto di vista. Secondo legame tra il conflitto e la politica è il fatto che il conflitto è uno dei motori del cambiamento sociale: entrare in conflitto con regole stabilite e con pensieri dati, ricercando i motivi o contestando ciò che sembra ingiusto per proporre qualcosa di diverso e di migliore significa progredire: sensibilizza le persone a comportamenti diversi, a problemi esistenti, stimola a ricercare soluzioni. Diventa tuttavia estremamente pericoloso quando sclerotizza su posizioni di antagonismo, per cui si toglie identità a chi si oppone o ha idee diverse, facendogli incarnare il simbolo di quello contro cui lottiamo. È questo uno dei meccanismi attraverso cui il conflitto diventa violento: “Conflitto” non significa necessariamente guerra, assume connotazioni violente solo se ci dimentichiamo della persona che abbiamo davanti per la nostra voglia di prevalere o se vogliamo distruggere chi non è d’accordo con noi. Esistono diversi modi di approcciare e stare dentro il conflitto: c’è chi cerca l’opposizione “io ho torto e tu hai ragione”, per cui tenterà di risolvere il conflitto secondo una modalità “io vinco e tu perdi”; c’è chi di fronte al conflitto scappa o cede, per non creare problemi, salvo poi sentirsi frustrato o frustrata; c’è chi cerca di risolverlo secondo un meccanismo di negoziazione, in cui si perde e si vince un po’ entrambi e infine c’è chi cerca di andare alla base delle cause per cercare di trovare soluzioni creative egualmente soddisfacenti per entrambi i confliggenti. Tutti i conflitti possono essere divisi in violenti o non violenti. Non necessariamente un conflitto violento porta più risultati di un conflitto non violento. Gandhi è l’esempio classico di una vittoria ottenuta attraverso metodi nonviolenti: egli infatti sosteneva che quando l’uomo e la donna danno preponderanza all’uso della forza e alle cose materiali rispetto al cambiamento del mondo, sta prevalendo in loro la parte animale, mentre per essere “umanizzati” devono dare forza alla loro parte spirituale, che è quella che si basa sul dialogo e sulla ricerca della verità.

DOMANDE

- secondo te è possibile uscire arricchiti da un’esperienza di conflitto?

- Vuoi provare a raccontare un’esperienza di conflitto (finito bene o male) che giudichi interessante?

- È possibile ottenere qualcosa attraverso un conflitto non violento?

- Vuoi lasciarci un pensiero a proposito del conflitto?

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