Carissimi, eccomi per questo ultimo diario scritto dalla capitale dove, come sapete, risiedo per imparare lo spagnolo, abituarmi a usi e costumi, vedere "da dentro" il lavoro del SERCOBA (Servicio a las Comunitades de Base), e poi andare a vivere con una famiglia di contadini in un paese di contadini la vita dei contadini: e dei contadini salvadoregni!
Difatti entro questa settimana dovrei, e l'uso del condizionale è naturalmente d'obbligo in questi casi, partire per San Antonio del Mosco, il paese di cui vi ho raccontato nell'ultimo diario se lo avete letto e se lo ricordate.
Non conosco ancora né la famiglia né il luogo dove andrò. Infatti solo le frazioni dove c'è una comunità cristiana costituita e dove si celebra l'eucarestia sono undici, mentre i casolari sparsi nell'immenso territorio che confina con l'Honduras sono tantissimi.
Di avvenimenti da raccontare in questa settimana non cene sono stati tanti.
Il martedì siamo andati con tre dell'Equipe SERCOBA in due distinte frazioncine, distanti tra loro più di 150 km con il primo distante dalla capitale altri 150 km, per un totale di più di 450 k comprendendo il ritorno.
È stata una attività medica, una visita optometrica, chissà se il termine è giusto. In tutto sono stati visitate 53 persone, a molti sono stati venduti occhiali, naturalmente a prezzo molto basso (dai 15 euro per i normali ai 35 euro per i bifocali, compresa la montatura), e sono stati individuati 8 casi per cui si renderà necessaria una operazione, anche questa a spese proprie con l'aiuto, soprattutto logistico, del SERCOBA.
Il bello, ma voi ormai lo avete capito, è che anche in questa occasione i promotori hanno svolto una attività di coscientizzazione, sia riguardo alla salute degli occhi, sia riguardo alla coscienza e responsabilizzazione politica della gente, chiamata come sempre ad essere protagonista delle scelte locali e nazionali.
Ma la cosa più bella è stato il clima che si è vissuto dentro la camionetta (pick up con parole tecniche) per il tre lunghissimi viaggi. Soprattutto la dottoressa, la cofondatrice del SERCOBA, ha sciorinato un carattere allegro, spiritoso. Si è cantato, si è riso tantissimo alle battute della dottoressa e anche di Julio e Jorge e Helvira, ma soprattutto si poteva assaporare una serenità grande e una intima e sincera gioia di lavorare insieme, di lavorare con e per la gente.
Ma questa settimana per me è stata caratterizzata soprattutto da due sentimenti.
Il primo è l'ansia con cui ho vissuto il giorni dell'Assemblea Nazionale del Granello di Senape italiano.
Naturalmente l'ho vissuto in maniera personale, intima, nella preghiera e nella riflessione, senza nemmeno avere la tentazione di intervenire in qualsiasi maniera.
È la prima volta che si celebra una Assemblea senza la mia presenza. È stato dolorosissimo. Non lo avrei mai immaginato.
L'altro sentimento è stato la costante presenza di un dolore intimo, un dolore senza volto e senza nome. Un dolore che a volte era un grumo in una parte imprecisata dell'anima e del corpo, a volte invece invadeva spirito e cuore. Come una presenza straniera dentro la mia anima.
Voi tutti sapete che io sono qui per un lavoro sulla mia persona, contemporaneamente un lavoro di liberazione di me stesso da barriere e legacci e ambiguità interiori (devo riuscire a "stanare" quel Giuliano che si nasconde nelle pieghe più intime del mio inconscio e che opera subdolamente nei miei pensieri, sentimenti e scelte), un lavoro di immedesimazione e coinvolgimento fisico e sentimentale quanto più possibile autentici e sinceri e reale nella vita durissima dei contadini di questo paese, e infine un lavoro di approfondimento della nostra Identità e Pedagogia vivendo l'azione del SERCOBA e delle varie comunità nelle lotte concrete per la giustizia, per il diritto alla terra e all'acqua, per la dignità della vita dei loro figli nell'educazione, nella salute, nell'alimentazione, e per la dignità personale nella propria responsabilizzazione di fronte ai problemi economici, sociali e politici del proprio territorio.
Ebbene il sentimento che ho provato, costante e doloroso, è stato proprio il senso del "non essere libero". Una sensazione stranissima. Una sensazione che alle volte mi cambiava il ritmo del cuore e della respirazione.
È come se in me si materializzasse ciò da cui mi devo liberare per provocare timore.
Per indurmi a pensare che sarà inutile.
Per dirmi che è un ostacolo e un peso troppo grande per me:
Per scoraggiarmi dalla lotta.
E questo nei momenti normali della giornata, soprattutto nelle relazioni sociali e interpersonali che ho avuto.
Quando domenica sono andato a messa nella cripta dove è sepolto monsignor Romero (a proposito, la bellissima statua che copre, distesa, la tomba, è opera di uno scultore italiano), questo fastidio, questo dolore, questa presenza si è fatta più viva.
Ho chiesto a lui e, naturalmente, a Gesù di Nazareth al momento della comunione (Corpo e Sangue di un Altro che è stato assassinato per la Sua sete di giustizia concreta e attuale per la Sua gente), la capacita e la volontà per saper donare anche io "la mia vita".
Il dono della vita non è né essenzialmente né soprattutto il martirio, ma è il dono quotidiano totale, responsabile e libero agli altri, il dono della vita quotidiano e concreto per la giustizia e la dignità degli uomini, degli uomini oppressi e offesi proprio nella loro dignità di persone.
Ho sentito che c'è una parte di me che non ha partecipato e non partecipa a questo mio donarmi.
Io ci voglio arrivare.
Non voglio amare e donarmi "a causa della missione e di ciò di cui faccio parte": sacerdozio, congregazione, associazione.
Voglio che sia il contrario, che la missione e ciò di cui faccio parte siano causati dal mio amore e dal dono di me, quotidiano, concreto, umile e nascosto e, insieme, grande e pubblico.
Per questo credo che la strada che sto percorrendo sia quella giusta.
Ora mi aspettano giorni duri, magari durissimi.
Giorni di lavoro pesante, umile e nascosto, in condizioni di povertà assoluta e con mezzi e strumenti di lavoro da medio evo.
Condividerò la situazione alimentare e igienica con loro, esattamente come loro.
Ma vi racconterò.
Per ora vi abbraccio tutti salutandovi con grande affetto e aspettando, almeno da qualcuno di voi, una mail in cui magari mi raccontate di voi e delle vostre famiglie e attività.
Giuliano