Diario Salvadoregno 10

 

Amici miei carissimi,

come avrete già intuito dal diario precedente, il momento della resa dei conti con me stesso si sta avvicinando.

 

Credo che tutti sappiate che la mia venuta in America Latina ha avuto ed ha tra le ragioni principali quella di stanare le parti nascoste della mia personalità, soprattutto quelle parti che mi impediscono, e ora spero mi impedivano, di essere trasparente al 100% e di assumere in prima persona, in pienezza e profondità le responsabilità, grandi o piccole, che la vita mi presenta.

Non aver mai nulla da nascondere e non aver mai paura della verità, perché, come dice Gesù ne Vangelo di Giovanni cap. 8: "la Verità vi farà liberi"!

 

Prendere le responsabilità in prima persona, senza avere le spalle coperte, senza "doverle prendere" per ruoli o missioni ricevute, ma solo perché scelte dalla mia coscienza e accettate con tutte le conseguenze inerenti, seriamente, totalmente, senza mettermi a disposizione vie di fuga o rifugi rassicuranti.

 

E sento che questo lavoro sta arrivando al momento centrale, e lo sento "dentro".

 

Lo sento duro.

 

Lo sento svuotante.

 

Lo sento a volte devastante.

 

Lo sento sempre al lavoro per mettermi nudo davanti a me stesso, per togliermi protezioni e sicurezze, difese e rifugi, per rendermi capace di rimettere in gioco la mia vita secondo coscienza e verità.

 

Per cui, in questi ultimi giorni, mi sento stanco.

 

Sento dentro di me una amarezza profonda.

 

E mi sento profondamente solo, solo con me stesso, con la certezza di non avere più la possibilità di giocare con la vita, con il tempo, con le persone, con le scelte.

 

Scelte che debbono essere nitide e radicali, sempre, piccole o grandi che siano.

 

In questo durissimo cammino, per fortuna, ho due grandi punti di forza: Gesù di Nazareth, la vita, la sua Parola, la sua Presenza, e Gisella, la donna che io amo e che ho scelto come compagna di cammino, un cammino condiviso sulle orme, non sempre chiare, dell'Utopia di una società giusta, vera, solidale.

 

Gesù di Nazareth continua sempre più a mettermi in "crisi", crisi nel senso originale della parola, e cioè a spaccarmi il cuore e l'anima per liberare il mio "me".

 

Gisella mi accompagna giorno dopo giorno con la sua fedele pazienza, con la sua intelligente profondità, aiutandomi a capire, a sviscerare, focalizzare, a "liberare".

 

Davvero una grande donna che ho avuto la fortuna di incontrare ed amare ed essere amato.

 

Oggi, mentre zappavo per preparare le "tavole di terra" per la semina dei ravanelli, delle rape e delle cipolle, sentivo come una forza stringermi il cuore, quasi strizzarlo, e una grande voglia di piangere, lentamente, lungamente.

 

Ho passato un momento di tristezza molto brutto, che per fortuna piano piano ha lasciato il posto ad una certa tranquillità.

 

Ma questo, grazie a Dio, è segno che il lavoro sta dando i suoi frutti.

 

Nulla cresce bene se non viene potato.

 

L'oro non può essere usato se non viene passato al fuoco.

 

Ed io non solo vedo sempre più chiara la strada da percorre, con i suoi profondi perché, ma mi sento sempre più pronto ad accettarne tutte le responsabilità, con le sue gioie e i suoi rischi, con le sue certezze e le sue oscurità.

 

Ieri la Celebrazione della Parola, svoltasi nella piccola chiesa di questa zona di campagna che si chiama "Onda" (le zone di campagna del comune di San Antonio del Mosco sono 11), ha provocato in me sentimenti forti e contrastanti.

 

Era la festa del Corpus Domini, ed il mio cammino di fede e di appassionato approfondimento del Vangelo di Gesù di Nazareth mi hanno da tempo portato a capire in che cosa consiste "l'atto assolutamente sovversivo" che Gesù compie nel momento in cui prende il pane ed il vino dicendo: "questo è il mio Corpo offerto per voi, questo è il mio Sangue versato per voi"!

 

Siamo nella notte della Pasqua, notte in cui gli ebrei ricordavano la Liberazione dalla Schiavitù egiziana con l'offerta dell'agnello pasquale e con letture e riti particolari.

 

Con il suo gesto Gesù rivela agli apostoli che "la Pasqua", che "ogni Pasqua di Resurrezione e Liberazione" è possibile non se si compiono riti, non se si cantano inni o si leggono passi sacri, ma solo "mettendo in gioco se stessi fino al dono della vita".

 

E nel mio cammino di fede e di appassionato approfondimento dle Vangelo di Gesù di Nazareth ho capito che la "nostra Pasqua", la nostra "Resurrezione e Liberazione" come donna e come uomo, come comunità e società e popolo e umanità, è possibile solo se "io divento capace di mettere in gioco la mia vita fino a donarla".

 

La Pasqua non può essere solamente la "celebrazione del dono della vita compiuto da Gesù", ma diventa vera solo se e quando "io dono la mia vita per la giustizia, per la verità, per l'amore agli ultimi, agli oppressi e disprezzati, per la costruzione di un mondo che sia immagine del Dio di Gesù, il Dio Comunità di Amore e Libertà, Rispetto e Gioia dell'Altro".

 

Potete immaginare quali sentimenti abbia scatenato in me questa celebrazione.

 

Ma un altro aspetto della celebrazione mi ha sconvolto, letteralmente sconvolto, e questo non in maniera positiva.

 

Il vedere l'assoluta passività della comunità.

 

Il constatare ancora una volta la "presenza assente" della gente.

 

Il soffrire ancora una volta una comunità che non è e non viene aiutata ad essere la protagonista della celebrazione.

 

Non un giovane.

 

Non un uomo.

 

Poche donne e molti bambini.

 

Quando la formidabile forza di luce e di coraggio che questa Parola, che questo Gesù hanno dentro di se dovrebbe attirare ogni persona, tutta la comunità, soprattutto qui dove il popolo, l'intero popolo è crocefisso, ogni giorno, tutto l'anno, da sempre!!!

 

Ho sofferto come non mai durante tutta la celebrazione, ed ancora una volta ed ancora di più ho capito e capisco quale dovrebbe essere la missione della chiesa e come la dovrebbe svolgere.

 

Ho capito e capisco che fino a quando la Chiesa si sostituirà al Dio della Vita, fino a quando la Chiesa non sarà effettivamente "popolo di Dio", accanto e insieme ad altri "popoli di Dio" (può esistere un popolo che non sia di Dio se è Creatore e Padre degli uomini?), "liberando la libertà", "liberando la coscienza", "liberando la parola", "liberando la responsabilità", "liberando la fraternità effettiva e creativa", "liberando la solidarietà concreta e accogliente (e in Italia governano berlusconi e la lega, e il minuscolo non è un errore !!!!), fino a che la Chiesa avrà come protagonista assoluto ed escludente la gerarchia invece della comunità, del "popolo di Dio", ho capito e capisco che non è la Chiesa di Gesù, che non svolge la missione che Gesù le ha affidato!

 

E quando sono uscito dalla chiesa non ho potuto scendere insieme agli altri della famiglia (solo donne e bambini!!!), ma me ne sono andato da solo, e non vi nascondo che ho pianto, a lungo e amaramente.

 

Ho pianto con dentro tanta e tanta tristezza, ma anche tanta e tanta rabbia!

 

Ecco, momenti come questi sono per me fondamentali, mi indicano con estrema chiarezza il senso della mia vita, del mio cammino futuro.

 

Tra la gente, con la gente per la "liberazione della coscienza" e la "presa di responsabilità" nella costruzione della "Umanità Liberata", camminando con Gisella e con tutti gli amici e le amiche che lo vorranno e partendo dal mio lavoro e dalla mia famiglia, proprio come "la gente", proprio come "il popolo", senza più ruoli o situazioni che creano privilegi o separazione.

 

Un uomo "qualunque".

 

Una coppia "qualunque".

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