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Diario Salvadoregno 6

Carissimi amici, non lo crederete ma vi sto scrivendo dalla casa di Adrian e Martina, la coppia di contadini che ha accettato di ospitarmi e di aiutarmi a sviluppare la mia esperienza.
Sono stato fortunato. Infatti in questa casa c'è elettricità e acqua. Naturalmente l'acqua è in un sol punto, all'esterno, e sfocia in uno di quei lavabo di una volta, con la vasca al centro e al fianco due lastre di cemento per lavare panni, piatti, etc.
La casa non ha muri, ma una palizzata che la circonda tutta, ed il pavimento in nuda terra, appena resa "quasi piana", e il tetto in "coppi di cotto", molto diffusi qui, che assicurano una certa frescura durante il periodo secco.

Dentro è divisa in una grande cucina, dove, senza mobile alcuno, la signora Martina tiene in ordine e puliti i piatti e bicchieri, rigorosamente di plastica. Il fuoco è a legna, naturalmente. Poi c'è una grande "sala" dove campeggiano quattro "amaca", ultima arrivata la mia! E questo è l'unico "mobilio". Finita la sala ci sono due piccole camere ai lati del corridoio che porta Fuori. In una dormono Adrian e Martina, su un "letto", e nell'altra dormono le due nipotine che vivono con i nonni: Nuvia di 5 anni e Yanira di 4.
Sono partito giovedì mattino, all'improvviso. Padre Tilo, come d'accordo, verso le dieci mi chiama per parlare un po' della mia situazione, e mi comunica che dal mattino alle 6 è partito un giovane, Annibal, per venirmi a prendere.
Non me l'aspettavo, e questo mi ha procurato un po' di confusione nei sentimenti. Certamente c'era quello della gioia, ma anche un po' di paura, un po' di incertezza, e anche, perché no, un po' di dispiacere per il luogo che stavo lasciando e le persone che avrei rivisto chissà quando.
In fretta dunque a preparare le valige. Giusto quando avevo finito ed avevo appena cominciato a scrivere una mail a Gisella per avvertirla, Tina, la cuoca, mi avverto che Annibal è arrivato.
Chiedo di attendere un po' per finire il messaggio e . via con un taxi verso il "capolinea oriente" dove prenderemo il bus.
Sei ore di viaggio su due pulmans molto efficienti, addirittura con tv satellitare (in uno solo ha funzionato, e, guarda caso, con un film horror!!!).
A Barrios, la città natale di monsigno Romero, è venuto a prenderci padre Antonio Confessor, il parroco di questa enorme parrocchia di montagna. Il tempo di fare un po' di spesa per non arrivare dalla famiglia a mani vuote: fagioli, zucchero, sale, riso, e per comprare il necessario per me: il sombrero, il machete e l'amaca (mentre la compravo pensavo con tremore a quante notti insonni e a quale mal di collo avrei sofferto!!!).
Durante il viaggio una pioggia torrenziale ci accompagna, e questo ci impedisce di andare dalla famiglia di cui sarò ospite, perché ha reso la strada impraticabile.
Così ci fermiamo tutti a mangiare la cena e dormire presso una famiglia amica di padre Antonio, e cosi . passo la mia prima notte quasi insonne su una amaca. Mi sono detto, per consolarmi, che forse è perché non è la mia (ma mi sono messo a ridere da solo, naturalmente!). comunque alle 5hoo erano già tutti in piedi. Fortunatamente ho potuto riassaporare il latte appena munto e bollito!!
Ragazzi miei! Al mattino "valigia da 25 kg e scomodissima in spalla e via con Adrian, venuto a prendermi, e Jorge suo figlio venuto con lui. Sono partiti alla 5h00 per essere lì alle 6h00.
Credo che uno dei lavori più facile nella mia autoliberazione sarà quello di far cadere alcuni "miti" che mi accompagnano dalla giovinezza! Io che portavo per km e km su e giù per le alpi carichi disumani senza fermarmi mai, ora . ragazzi che fatica! Gocce di sudore da fa invidia ai Goccioloni della pioggia di Roma, fatica immane .
Però, con un orgoglio superiore alle mie ormai anzianotte forze continuavo, tra pozzanghere e fango, a portare questa valigia.
Poi, per fortuna, dopo una lunghissima salita, Adrian ha chiesto di fermarci un po', e così .. tutto insieme: scarico, riposo e cambio!
Siamo passati per uno di quei ponti che si vedono nei film i ponti pensili (questo per fortuna non era di liane, ma con tiranti di ferro e pavimento di gomma rigida. Comunque .. anche se ci ero già passato due settimane fa . un po' di "cacarella" non mi è mancata, anche perché ero abbastanza carico anche io.
Finalmente, dopo altri dieci minuti di salita, comunque di salita, arriviamo alla casa.
Una casa poverissima, come vi ho descritto prima.
La prima cosa che Adrian ha fatto è . attaccare la mia amaca e "ordinarmi" di riposare.
Ho naturalmente prima salutato la signora Martina e le bambine,e poi mi sono messo sull'amaca o, meglio, "ho cercato" di coricarmi! Come mi sono appoggiato sono caduto all'indietro tra le matte risate delle tre bambine. Rosemery, un'altra nipotina di 7 anni che praticamente vive qui perché i genitori vivono a cento metriche ho subito soprannominato "comandante Che Guevara" per il piglio e l'intelligenza, è venuta a spiegarmi che bisogna prima "tirare il bordo" per allargare l'amaca! Comunque sono riuscito al secondo colpo ad allungarmi e a riposare un po'.
Il venerdì è passato così tra qualche chiacchiera (il mio spagnolo è ancora poverissimo, però me la cavo!), un po' di risate con le bambine, intanto integrate da nuovi arrivi di altri nipoti, soprattutto quando ho cercato di insegnare a cantare "Bella Ciao", con scarso successo. Debbo dire che i bambini africani imparano molto prima e sono molto più intonati.
La prima notte??? Non proprio una tragedia! A letto tutti alle otto. A tratti sono riuscito anche a dormire bene, fino a quando un'orda di galli che popolano la collina ha cominciato a gridare la propria gioia di vivere e di essere gli incaricati a "svegliare il mondo intero"! E di fatti, a seguire, cani, gatti, mucche, uccelli!!!
Io sono rimasto a poltrire anche quando ho sentito Adrian e la moglie alzarsi. Credevo di essere rimasto per chissà quanto tempo. Mi alzo anche io, almeno dopo un'ora, guardo l'orologio: le 5h15!!! Ma a che ora si alzano qui!
Dopo una bella "lavata" all'aria aperta, colazione e . via a lavorare!
Sono le 6h000!
Seminare il mais!
Già, seminare il mais!
Per noi seminare il mais sembra un'azione qualunque, una tra le tante., ma qui si capisce al volo che "seminare il mais" è molto più di un lavoro. Nasconde una sacralità e una "immersione" nella "Madre Terra" che percepisco anche io dal semplice modo come si semina.
Una specie di lancia per fare i buchi, e poi "porre" dentro il buco due o tre "chicchi" dal mais sottratto alla riserva alimentare della casa. Quando un chicco non entra nel buco, ci si china e lo si pone dentro. Non un solo chicco va perduto.
La fatica è tanta, anche se non eccessiva. Ma la mia mente e il mio cuore sono al di là della fatica. "Sento" il contatto con la terra. Sono le mie mani che forano la terra e che depositano i chicchi. Non ci sono macchine, non ci sono motori, non c'è nulla che separa l'uomo dalla terra, dalla "sua terra".
Non dico che è meglio, no! Non dico che ammazzarsi di fatica sotto un sole che arriva anche ai 61 gradi misurati dal parroco sia meglio. Non dico che il "progresso tecnico" sia un male, no!
Vedere la fatica immensa di questa poverissima gente per seminare poca terra in tanto tempo fa male al cuore e all'anima.
Però! Però!
Noi non siamo abituati a riflettere sui danni che il progresso tecnico ha portato all'uomo. Il più grande, oltre all'inquinamento dell'aria, dell'acqua, del pianeta, oltre alla spazzatura che ci sta sommergendo, senza contare quella di materiale inquinante e pericoloso (ma tanto quello l'andiamo a depositare in Africa!!!), oltre a tutto questo c'è il fatto che noi siamo stati "strappati alla terra", non la viviamo più come "nostra terra".
Tra noi e la terra non c'è più contatto. Noi viviamo di macchine, di macchinari, di computer, di "call center", di cemento e asfalto, di mancanza di tempo bruciandolo tutto ad una velocità folle. Tutto questo ci ha portato a collocare la terra come "risorsa da sfruttare" al servizio della tecnica, al servizio della "crescita economica" di chi la tecnica la possiede e alla "crescita dei drammi della fame e della sete e delle guerre e delle malattie" chi della tecnica viene privato o dalla tecnica viene sfruttato.
Abbiamo dimenticato che il nostro pianeta non è la banca o la multinazionale o il nostro lusso e le nostre comodità.
Il nostro pianeta dove siamo nati e dove viviamo e che ci fa vivere "è la terra", e che la sua salute ed il suo equilibrio da sicurezza alle generazioni future, ai nostri figli, oltre che a noi stessi.
La "pace con la terra" in una giusta distribuzione delle risorse "necessarie" porterebbe gli uomini a vivere in pace, serenamente, senza il "terrore dell'altro" (sono inorridito, angosciato, incazzatissimo nell'aver letto dei migranti respinti sui loro barconi, della proposta di riservare dei vagoni della metropolitana ai "milanesi", del "pacchetto sicurezza" imposto con la fiducia a questo governo.
Con il cuore in mano vi dico che "mi vergogno di questa Italia". Ma sapete cosa dicono di noi qui? Ma sapete cosa dicono di Berlusconi e delle sue "uscite e divagazioni sessuali"?
Che vergogna!!!
Ma torniamo a noi.
Soddisfazione grande nel constatare che non solo ho sostenuto il ritmo di lavoro di Adrian e di Jorge suo figlio, ma che alla fine, erano le dieci, non avevo nessuna vescica sulle mani, pur avendo manovrato la "lancia" per quattro ore di fila!
Stanco ma soddisfatto mi concedo un "bagno colossale", con la "fedele bacinella" piena a mia disposizione e con Martina a guardia che nessuno venga a disturbarmi. Insaponato, "shampato" e . giù l'acqua fresca e rigenerante dalla bacinella.
Ragazzi e ragazze: che bello!!!
La domenica mattina due ore di cammino per andare a partecipare alla messa. E qui ho messo a dura prova la mia capacità "montanara", stando dietro a Adrian su una terribile salita, la solita scorciatoia ammazza gambe! Ce l'ho fatta, ma le gambe, ma le gambe . come dice la famosa canzone delle "sorelle Bandiera"!!!
L'omelia è stata centrata sulla necessità che il Dio della Vita viva nella vita reale della gente, e quindi il Dio dei poveri è nella lotta che la comunità sta portando avanti per la propria acqua e terra e dignità di popolo. Padre Antonio ha anche raccontato i forti contrasti con il suo vescovo che vorrebbe, ma non troppo, che abbandonasse questa lotta al fianco del suo popolo. E padre Antonio ha mostrato una libertà ed una dignità stupefacenti, rispondendo che la voce del Dio di Gesù passa innanzitutto sulla bocca dei poveri che gridano il loro dolore e poi, solo poi, per la gerarchia.
Al ritorno dalla messa un'ora e mezza di cammino perché naturalmente la salita è diventata discesa, ma . mannaggia i pescetti, mi si sono "scoppate" tutt'e due le scarpe da ginnastica "rigorosamente cinesi" sottratte "con mestiere" al fratello di Davide Neri partito per il Brasile. Con Adrian le abbiamo incerottate con i lunghissimi lacci e siamo riusciti ad arrivare a casa giusto prima di un temporale fortissimo. Ormai siamo nella stagione delle piogge e tutti i giorni piove, a volte diluvia.
Il lunedì abbi amo ripreso la semina del mais. Ormai sono diventato "un professionista", e dalle sei alle dieci ho lavorato tranquillamente con Adrian e Jorge. Già verso le nove sotto il sole cocente c'erano almeno 50 gradi di calore. Alle 10h00 Adrian "ordina" il riposo, innanzitutto perché Jorge alle 11h00 parte per la scuola, e poi, io credo, anche per il sole.
Al pomeriggio, gasato per la mia performance del mattino, inizio a scavare la fossa per il "concime organico" che Adrian non ha mai fatto.
Dopo il primo colpo di piccone un altro dei miei idoli è crollato: ma quale potenza fisica!!!
Una stanchezza inusuale! Mi sarò bevuto almeno un litro di acqua. Però non ho demorso. Picconata dopo picconata e "spalata dopo spalata" sono riuscito a fare una buona parte del lavoro, circondato e "aiutato" dalle quattro o cinque ragazzine che ormai mi stanno sempre intorno, come adesso che sto scrivendo il diario.
Sono simpaticissime e vivacissime. Che belli i bambini! E dire che la nostra civiltà è riuscita a distruggere anche questo desiderio: il lavoro, il guadagno, la casa, la carriera, il divertimento, tutto viene prima dei bambini e della vita di coppia.
Evviva i bambini e le civiltà che ancora ne fanno il primo desiderio della loro vita.